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Posts Tagged ‘marco ferrini’

Agire nel mondo

Seminario d’autunno, pochi giorni di grande intensità, affrontati i primi 22 shloka dell’ultimo capitolo della Bhagavad Gita. Il bello di queste esperienze è che risultano sempre diverse da come te le immagini. Infatti, come aveva annunciato Prabhupada nel suo commentario, pensavo si trattasse di un riassunto finale dei capitoli precedenti, invece si tratta di un materiale ad alta densità e molto impegnativo. Marco Ferrini ha proceduto con molta cautela nel commento, sapendo probabilmente che si stanno toccando degli argomenti che provengono da uno sfondo storico ed antropologico così differente da quello attuale da rendere necessaria una complessa “decompressione” prima di salire a questi concetti. A mio modo di vedere in questo consiste lo spessore del Maestro: rendere accessibile ad un pubblico eterogeneo e sempre meno propenso alla conoscenza esoterica, una conoscenza per la quale sono necessari “enzimi” assimilativi che non noi non possediamo più. E’ vero che la Bhagavad Gita ci restituisce una conoscenza universale, la stessa filosofia perenne che troviamo in altre civiltà, e lo fa con un’eleganza e una scienza magistrali, ma proviene da un ambiente culturale che ci è completamente estraneo, dove le categorie di riferimento sono diverse, talvolta opposte. Abbiamo voglia a cercare la traduzione precisa dal sanscrito quando per esempio parliamo di sacrificio, di rinuncia, di dharma o di karma, noi non possiamo entrare fino in fondo a queste idee perché non sono quelle in cui siamo nati e cresciuti. Se volessimo caratterizzare la nostra civiltà a nessuno credo verrebbe in mente di usare la categoria del sacrificio, ma semmai dell’edonismo, non quella della rinuncia ma del denaro. (altro…)

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Sul Destino, di Claudio Widmann

Ho appena finito di leggere un piccolo libro dall’impegnativo titolo: Sul destino, di Claudio Widmann, ediz. Magi, poco più di 200 pagine che scorrono fluide come l’olio.

Ho pensato di condividere alcune riflessioni su questa lettura perché vi ho ritrovato affinità con importanti temi affrontati negli insegnamenti di Marco Ferrini.

La prima questione è se esista o meno un destino individuale.

L’autore la pensa come noi: Dio non gioca a dadi (Einstein). Ecco allora che sorge la domanda centrale del lavoro di Widmann: qual’è il rapporto tra destino e libertà individuale? Credo che il nucleo centrale ed il successo di questo elegante libriccino consista proprio nell’illustrare in modo convincente quanto il destino individuale non comporti determinismo e casualità, al contrario sia il presupposto ed il serbatoio energetico dell’impegno e della partecipazione individuale alla propria esistenza. Nonostante questa premessa nel primo capitolo l’autore avvisa che per quanto vi siano ampie possibilità di modificare il carattere e più in generale la soggettività di un individuo, vi sono limiti di soggettività che non sono passibili di modificazioni sostanziali; ognuno è portatore di un nucleo di personalità scarsamente influenzabile, inaccessibile all’alterazione e alla manipolazione.

Secondo capitolo, Il caso e la fortuna. (altro…)

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Marco Ferrini ha tradotto i quattro principi regolatori di Prabhupada con “I quattro principi della libertà” e più volte ne ha spiegato i motivi; ricordo che essi sono: 1. non mangiare carne; 2. non fare sesso illecito; 3. non fare uso d’intossicanti e 4. non giocare d’azzardo.

Non mangiare carne l’ho sempre trovato naturale per chi pone alle fondamenta della propria vita ahimsa (non nuocere); non fare sesso illecito inizialmente l’avevo inteso nel senso di astenersi da rapporti fuori da una relazione in qualche modo istituzionalizzata: ho impiegato qualche tempo a capire che la giusta interpretazione era che la sessualità fosse collegata con la riproduzione. Non c’è bisogno di essere dei freudiani di ferro per capire che la sessualità è la modalità più diretta di scaricare la libido, la quale potrebbe essere declinata diversamente. L’argomento è da approfondire ed in seguito mi piacerebbe discuterlo nel blog, personalmente penso debba essere trovato il giusto equilibrio tra non repressione e gestione creativa della sessualità, in questo il maestro può aiutare. Quando ho esposto ironicamente a Matsyavatara das (das sta per servitore) la mia opinione dicendogli che se i principi regolatori (della libertà) fossero tre invece di quattro avrebbe avuto migliaia di discepoli, pensavo di aver fatto una battuta decente, ma lui prontamente mi rispose: “e che tipo di discepoli sarebbero?”. Mi fece riflettere.

Non fare uso d’intossicanti lo trovavo del tutto naturale e me lo spiego tuttora col fatto che Prabhupada si era trovato a predicare ai giovani americani della fine degli anni sessanta, era uno Yama (astensione negli Yoga Sutra di Patanjali) ovvio e necessario che non aveva bisogno di tante spiegazioni.

Invece il fatto di proibire il gioco d’azzardo mi è sempre parso qualcosa di ridondante e per questo mi sforzavo d’interpretarlo metaforicamente, per esempio nel non mettere “in gioco” cose importanti come la vita con sport estremi e spericolatezza in genere, nell’economia con l’astenersi dalle speculazioni finanziarie, ecc. (altro…)

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Catari e Borboni.

La scorsa estate ho letto un libro assai avvincente dal titolo “Libertà va cercando”  Il catarismo nella Commedia di Dante, di Maria Soresina. Il 2011 è stato anche il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia. Evidentemente le due cose sono collegate solo nella mia mente: cercherò di spiegare perché.
Già conoscevo qualcosa sui quei particolari cristiani della Francia meridionale chiamati patarini, albigesi, buon cristiani, ecc, molte volte ne aveva parlato anche Marco Ferrini nelle sue conferenze e seminari del CSB.
L’ardita tesi sostenuta nel libro che Dante fosse uno di loro è spiegata in modo articolato e convincente, quello su cui voglio soffermarmi sono però alcuni dati citati nel testo nei quali, durante il XIII secolo è documentata una massiccia presenza catara in Italia. Raniero Sacconi, inquisitore domenicano, nella metà del duecento, sosteneva che a Firenze un terzo della popolazione fosse catara. Soresina ipotizza che i poeti del dolce stil novo, i Fedeli d’Amore, fossero catari, e che lo fossero anche le principali famiglie ghibelline come i Cavalcanti. Il corposo libro che ha allietato la mia estate, riporta una storia reale e sconosciuta ai più o meglio, sottaciuta, quella di una comunità cristiana evoluta e civile che si stava diffondendo molto rapidamente, tanto da minacciare il primato della Chiesa Cattolica. La sua influenza era così importante e diffusa da indurre papa Innocenzo III ad indire una crociata per estirpare “l’eresia”. (altro…)

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Ascoltando la conferenza di Marco Ferrini a Ravenna del 25 settembre 2010, ho riflettuto su quanto, nell’uomo medio contemporaneo siano bizzarre le idee di azione contemplazione.
E tra questi mi ci metto anch’io.
Parlando dei due eroi della Bhagavad Gita e della Commedia, Arjuna e Dante, subito appaiono evidenti le diversità di contesto, linguaggio e simbologia, ma è anche evidente quanto entrambi siano completamente immersi nell’aspetto della Divinità e contemporaneamente nelle cose del mondo. Il primo è un principe in guerra contro i cugini usurpatori, il secondo è un uomo che ricopre una delle massime cariche politiche nella Firenze della fine del duecento e che sta combattendo in prima persona contro il potere temporale di una Chiesa oppressiva ed oscurantista.
Sono uomini della tradizione, religiosi, con forti principi morali che si ritrovano (nel senso di ri-trovarsi, trovare il proprio sé) in seguito ad una profonda crisi: l’uno deve uccidere persone che gli sono state care, l’altro passerà gli ultimi vent’anni della sua vita in esilio con una condanna tanto infamante quanto falsa.
Ambedue vivono con gli occhi rivolti verso il cielo, (altro…)

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Le belle giornate invernali all’isola d’Elba non ci hanno distratto neanche un pò dal tema dei due capitoli.  Come per una buona digestione è necessario masticare a lungo il cibo, così nella Bhagavadgita Krishna ritorna sui temi cruciali fino a quando Arjuna non li abbia completamente metabolizzati: la prakriti e la relazione col purusha, qui si trova il segreto della libertà di ciascun essere incarnato, nella conoscenza delle caratteristiche della materia e del soggetto che la sperimenta.Il rapporto materia-spirito ha percorso da sempre la storia dell’umanità con conseguenze enormi sulla vita individuale e sociale di tutti i popoli che hanno abitat o questo pianeta, se è vero che già i nostri cugini neandertaliani facessero riferimento ad istanze trascendenti. Tra le innumerevoli questioni affrontate durante il seminario, vorrei sinteticamente esaminare le differenze, se ci sono, tra la visione proposta dalla Tradizione rappresentata da Marco Ferrini e quella occidentale. (altro…)

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Seminario d’autunno prima parte

Questo seminario con Marco Ferrini si è svolto in un albergo molto comodo e in un bel posto, adatto anche alle persone più esigenti e meno propense alle ascesi.

Molti volti nuovi che spero si siano ben inseriti in un tema, questo sì, piuttosto “esigente”: il rapporto con la Divinità.

Il XII canto inizia con una domanda secca di Arjuna, alla quale segue un’articolata risposta di Krishna che non lascia spazio all’ambiguità: in questi shloka vengono descritte le qualità del devoto e il suo rapporto con Dio.

Potrà sembrare un dettaglio, ma per me è stata una luminosa conferma il fatto che Krishna suggerisca al suo discepolo/amico Arjuna di contemplare l’immanifesto nel manifesto.

Subito mi sono riecheggiate due opere fondanti non solo della letteratura italiana, ma dell’intera civiltà occidentale: il Cantico delle Creature di Francesco d’Assisi e il primo canto del Paradiso di Dante Alighieri.

… nullu homo ène dignu te mentovare.

Afferma Francesco, poi continua elencando il sole, la luna e le stelle, l’acqua e il fuoco, la terra, la capacità di perdonare degli esseri umani e, infine, la stessa morte, quali manifestazioni in cui l’homo può percepire e adorare la Divinità: Laudate et benedicete mi’ Signore’ et ringratiate
et serviateli cun grande humilitate.. E’ esplicito e sottile Francesco, nella semplicità espressiva ricompone tutta la complessità dell’esistenza dell’uomo sulla Terra. Gli umani, possono capire Dio (l’Immanifesto, onnipresente e inconcepibile) dall’adorazione (e non uso “osservazione” di proposito perché nell’osservazione ci può essere distacco, nell’adorazione c’è relazione d’amore) del creato e delle creature, possono amare il “Fattore” nelle sue “fatture”.

Ma Fermiamoci un momento: quando noi amiamo una persona, o un cane, o un filare d’alberi, un tramonto, che cosa amiamo? (altro…)

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L’ imponente palazzo cinquecentesco che ci ospita è nato come chiesa e poi trasformato in ospedale, infine, durante la presenza francese all’isola d’Elba, tra il settecento e l’ottocento, diventò caserma. Oggi è la sede di un centro di documentazione storico dell’Elba e al primo piano, nella sala più vasta, c’è l’auditorium che funziona anche come cinema per la città di Portoferraio.

La professoressa di filosofia che ha organizzato l’incontro tra Marco Ferrini (Matsya Avatara das) e gli studenti del locale liceo classico e scientifico, parte con un’introduzione tanto spontanea quanto efficace, introducendovi anche elementi biografici attinenti alla sua trasformazione interiore dopo la conoscenza di Matsyavatara Prabhu. Dalla grande scalinata estera in calcare rosa e grigio continuano ad affluire a frotte studenti, che prima di entrare nel bel cortile del palazzo sostano qualche istante nella luminosa piazza d’armi di fronte alla vecchia caserma, proiettata nella sua splendida semplicità sullo specchio di mare dell’antico porto cinquecentesco, cuore della Portoferraio fondata nel 1548 da Cosimo I De’ Medici. Presto la grande sala si riempie, prima i posti al centro e poi quelli in fondo: gli studenti sembra non vogliano avvicinarsi troppo al tavolo dei conferenzieri. Forse per questo Marco Ferrini si alza e scende dal palco per andare tra i ragazzi.

La mia impressione è che abbiano partecipato circa trecento persone. Mi siedo nell’ultima fila e osservo i gruppi di studenti. (altro…)

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“E’ duro morire di maggio…” cantava Fabrizio De André, ma non è neanche facile vivere in carcere quando la primavera è al culmine. E proprio ieri, 18 maggio, per la prima volta, ho messo piede in un carcere italiano, insieme a due amici e a Marco Ferrini (Matsyavatara das) per un incontro con detenuti studenti.
Un gigantesco agente ci ha subito annunciato che non sarebbe stato possibile usare amplificazione: questo avrebbe compromesso il fragile apparato fonatorio di Marco Ferrini impedendo una buona riuscita dell’incontro. Alle nostre pacatissime, ulteriori richieste un secondo agente, meno imponente e più diplomatico, ci ha con rigida gentilezza invitato a considerare la priorità del luogo: la sicurezza ed il rispetto delle procedure. Rassegnati e un po’ preoccupati ci siamo diretti nella zona di clausura ed infine nella più ampia tra le minuscole aule scolastiche del carcere. Credo di non essere un tipo particolarmente sensitivo e meno ancora sentimentale, ma vi assicuro che fin dai primi passi dopo la porta d’ingresso ho provato una pesante emozione.
Era solo l’inizio. (altro…)

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Quarta lezione di Marco Ferrini seminario di Villa Vrindavana del 02 agosto 2010 (mattino).

Mi sono chiesto più volte come fosse possibile che le società tradizionali, solitamente imperniate su valori religiosi, potessero così facilmente convivere con crudeltà e degradazioni d’ogni genere.

Pensavo che senza l’affermazione della compassione come motivazione centrale nelle relazioni col mondo e con gli altri esseri, umani e non, non vi potesse essere un’etica accettabile. Vero è che in forme e nomi diversi, questa virtù è sempre stata enunciata a fondamento di ogni tradizione religiosa, anche se adattata alle categorie sociali e storiche in cui si era sviluppata, nella classicità poteva ascriversi sotto il titolo di “magnanimità”, nella cristianità come “carità”, per non parlare del ruolo che ha nel buddismo. Ma è stato un dialogo con Matsya Avatara che ha aperto un varco nella mia mente e mi ha spinto a ribaltare una visione stereotipata del mondo e della società, anche se certe cosiddette “intuizioni”, ne son certo, non nascono dal nulla e pure se appaiono come uno scatto rispetto a ciò che sembrava stabilmente acquisito, esse provengono da un lavorìo non sempre ben evidente sebbene reale.

Non riuscendo a distinguere quanto di ciò che conoscevo fosse il frutto di una mia personale riflessione (altro…)

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