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Dante_Domenico_di_Michelino_Duomo_Florence

          Cosa può esserci ancora da dire sul poeta più studiato degli ultimi settecento anni? Se oso alzare le dita sulla tastiera del mio pc, non dipende dalle mie capacità, bensì dalla grandezza dell’opera e della persona che ancora oggi può risvegliare le menti e i cuori assopiti di noi contemporanei.
La Commedia fu scritta di proposito in volgare per essere letta da chiunque. Se avesse voluto rivolgersi a eruditi, l’avrebbe scritta in latino, come fece in altre occasioni.
La bellezza delle terzine, la capacità di sintetizzare in poche parole intuizioni luminose e altissimi voli dell’intelletto, rischiano di disorientare.
L’estetica è talmente alta da far passare in secondo piano l’etica e la metafisica, che invece racchiudono il messaggio più profondo dell’opera. Continua a leggere »

palude-stigia-dante-alighieri-468x381         Chi abbia più di sedici anni sa che nella vita, oltre alle quotidiane scelte su cosa fare e come comportarsi, vi sono dei bivi cruciali. Dalle persone più anziane che frequentavo, più di una volta avevo sentito dire che tra i quaranta e cinquant’anni, inevitabilmente si sarebbe presentato “il conto da pagare”.
Per mia formazione, proprio non concepivo “l’inevitabile”.
Invece è stato proprio così, per fortuna mia e di chi mi sta vicino.
Quando sulla mia testa si addensarono pesanti nubi, tutto faceva pensare alla tempesta perfetta.
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Il prossimo 25 marzo, giorno in cui il Dante pose l’inizio del suo viaggio ultramondano, inizieranno i festeggiamenti del settimo centenario della morte del poeta.
Nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321, moriva infatti Dante Alighieri.
In quel tempo il Poeta lavorava presso Guido Novello da Polenta, signore di Ravenna, stessa famiglia di della stessa Francesca che Dante immortalerà nel secondo girone dell’inferno.
Da ventuno anni, ovvero da quando fu esiliato da Firenze e condannato a morte, l’autore del “poema sacro al quale ha posto mano e cielo e terra…” (Par. XXV, 2) visse da esule sotto la protezione di qualche mecenate. Continua a leggere »

marco ferrini vyasapuja

Pur seguendo da molti anni il Maestro Marco Ferrini (Matsya Avatara), non avevo mai partecipato al suo vyasapuja.
Vyasapuja è un rito durante il quale, nella data intorno al compleanno del loro guru, i discepoli e i seguaci manifestano la loro gratitudine e fanno gli auguri al proprio maestro leggendo una lettera a lui dedicata.
Niente di che, pensavo: ascoltato uno ascoltati tutti.
Con grande sorpresa ho invece scoperto che è esattamente il contrario.
Per diversi motivi.
Quello che mi pare più importante è che per molti partecipanti scrivere e leggere la lettera significa mettere a nudo il proprio cuore. Qualcosa di estremamente commovente. Continua a leggere »

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Curiosamente le persone immaginano la sapienza come un accumulo di conoscenze e ragionamenti intellettuali, anche se, Inflazionati come siamo d’informazioni, facciamo fatica a distinguere il superfluo dal necessario, l’autorevole dal posticcio.
Avendo avuto la fortuna d’incontrare un autentico maestro spirituale, ho rivisitato l’idea che mi ero fatto della conoscenza e dell’utile, arrivando alla conclusione che, nonostante il mondo stia viaggiando alla rovescia, sia comunque possibile una vita piena e consapevole.
Quali sono dunque i pilastri su cui poggia la realizzazione delle nostre autentiche aspirazioni nel qui e ora?
Tutti infatti desideriamo la felicità, così come vorremmo la diminuzione delle tasse.
Il problema è “come”.
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marco ferrini maestro spirituale

                Si racconta che Gautama Siddharta, il Buddha storico, portasse i suoi discepoli ad osservare i non rari cadaveri di annegati in decomposizione che il Gange ogni tanto lasciava lungo le rive. Questa pratica aveva lo scopo di restituire ai seguaci, una visione realistica del corpo nel quale al momento si trovavano imprigionati.
Pur con tutta la mia ammirazione per il Buddha, trovo che il macabro non sia il verso giusto per affrontare la questione.
In questo senso l’inizio della Maitry Upanishad all’ultimo seminario con Marco Ferrini, non prometteva bene.
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marco ferrini india classica filosofia
L’induismo è un monoteismo!

Yin e yang:
bianco e nero, giorno e notte, caldo e freddo, sud e nord, due polarità energetiche che secondo la filosofia cinese regolano la vita sulla terra.
Meno conosciuta è la trimurti indiana, dove la dualità si complica in trina, ma come diciamo che la dottrina trinitaria cristiana non ne inficia l’essenza monoteistica, così è quella indiana: rigoroso monoteismo ricchissimo di contenuti simbolici ed esoterici spesso fraintesi o volgarizzati.
Le tre divinità in questione, a cui, fatto rilevantissimo e poco esplorato, ne sono associate altrettante femminili, sono Continua a leggere »

benedetto croce

Quando leggo i testi della filosofia classica indiana o ascolto il Maestro Marco Ferrini,  mi viene sempre a mente questo passo di un breve saggio di Benedetto Croce, scritto nel bel mezzo della seconda guerra mondiale (1942):
“la rivoluzione cristiana operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale, e conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fino allora era mancata all’umanità.”
Fino alla maggiore età ho ricevuto tutti i sacramenti, sento un amore luminoso per il Fondatore che considero uno dei più grandi Maestri dell’umanità e per alcuni dei suoi seguaci antichi e moderni, ma non professo questa religione.
Eppure quando mi trovo davanti alla narrazione vedica, sento in me l’appartenenza alla cultura cristiana, ovvero: pur non essendo cristiano per fede, mi dichiaro culturalmente cristiano. E penso che questa condizione sia più diffusa di quel che immaginiamo.
O almeno lo era fino a qualche decennio fa.
Mi pare infatti che alcuni pilastri di questa “rivoluzione cristiana” di cui parlava B. Croce, stiano pericolosamente sgretolandosi sotto l’urto di un paganesimo contemporaneo, che lungi dal portare una nuova o antica forma di spiritualità, sembra piuttosto una mostruosa antropologia nichilista con una sua propria mitologia, al centro della quale troneggia una fraintesa forma di libertà che è il massimo della schiavitù per l’uomo e la donna contemporanei.
La cosa più sconcertante è che questo velo di maya sembra (e lo dico con umiltà e la speranza di sbagliarmi) coprire l’intelletto di menti brillanti e apparentemente in buona fede.
Non ne faccio una questione morale, ne prendo sociologicamente atto con rammarico, poiché quella “nuova qualità spirituale” che, fra innumerevoli contraddizioni e puntualmente tradita dal clero, tanto ha dato al pensiero occidentale, nella quale mi riconosco e proprio in virtù di essa riesco a confrontarmi con l’alterità indiana e non solo, sembra impotente di fronte alla cattiveria contemporanea (uso “cattivo” in senso etimologico, dal latino captivus che significa “prigioniero”).
Quale forza smisurata può “imprigionare” un’umanità che sembrava così ben avviata verso le magnifiche sorti?
Nel prossimo post tratterò la questione dal punto di vista della cultura indo-vedica così come l’ho ascoltata dal mio maestro Matzsya Avatara Das.
Graziano RInaldi

marco ferrini graziano rinaldi mundakya upanishad

Ponsacco, Pisa, novembre 2019, Mundakya Upanishad: una sillaba, pochissimi versi, quasi tutti “impensabili”, come incomprensibile e indefinibile è l’ultimo stato di coscienza di cui ci parla, là dove è la coscienza stessa il suo strumento di conoscenza.
Cosa ha spinto a parlare e addirittura ad organizzare un seminario di tre giorni su ciò che non può essere detto?
Forse la consapevolezza che il vocabolario umano, per quanto evoluto, non può esaurire la grandiosità cosmica e nessun linguaggio potrà narrare l’interezza dell’esperienza umana. Se è certo che la parola non ce la fa ad abbracciare l’infinito, è anche evidente che ciò che non ha limiti non ha bisogno di parole per farsi sentire, e si manifesta altrimenti.
Così la coscienza si specchia in se stessa, inesplicabilmente, con potenza proporzionale alla volontà che si fa fede, di uscire dalle porte blindate dell’ego.
Come un magma sotterraneo che prima di cristallizzarsi si perde nelle più minute crepature della terra, così l’indefinibile s’intrude in ogni fessura dell’io, e quando i canali della coscienza sono liberi dalle identificazioni, dagli attaccamenti e dall’invidia, l’invisibile si manifesta, rivelando tutte le sue potenze in una beatitudine che incredibilmente era già racchiusa da qualche parte dentro di noi, in un luogo/non luogo dal quale solo noi possiamo richiamare.
La Mandukya Upanishad ci spiega che sebbene ossimoro ciò è possibile, e il Maestro Marco Ferrini ha spiegato l’inspiegabile parlando di come predisporsi per questo viaggio nel luogo più sconosciuto dell’universo: noi stessi.
Graziano Rinaldi

Nuovo Inizio

marco ferrini

Da cinque anni, ogni mercoledì, da metà ottobre a metà giugno (Dio salvi l’estate elbana!), dalle 18.00 alle 22.00, la mia casa a Portoferraio si apre a chi desidera conoscere la cultura, la filosofia, la letteratura e la spiritualità dell’India classica.
Lo faccio per il semplice desiderio di condividere una conoscenza che può aiutare le persone a vivere una vita più consapevole e serena.
Non chiedo soldi né di aderire a qualche religione o gruppo laico.
Nessun impegno se non la sincera e libera volontà di evolvere:
“Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.
Non intendo fare proselitismo, faccio quello che posso per gratitudine, regalando a chi lo desidera ciò che mi è stato donato da un maestro spirituale che seguo da quindici anni.
Nel tempo ho realizzato che la conoscenza cui mi sono avvicinato, e della quale ho una una minima cognizione, lungi dall’essere confessionale, può dare gli strumenti per diventare la migliore versione di se stessi, sia che si professi un qualche credo religioso, sia che ci si senta atei.
Si tratta della versione originale di quello che in occidente viene frainteso per yoga, che non sono soltanto posture e tecniche di respirazione, che io non insegno, bensì di un canone filosofico-spirituale per ricollegarsi alla nostra natura più profonda e originale.
All’inizio abbiamo studiato i primi due libri degli yoga sutra di Patanjali e da tre anni stiamo affrontando il pilastro fondante e riassuntivo di questa antica e grandiosa filosofia: la Bhagavadgita.
Siamo arrivati agli ultimi tre dei diciotto capitoli, stiamo per affrontare gli insegnamenti finali, nei quali sta la chiave di volta per recuperare la nostra più alta umanità e, in definitiva, la felicità.
Ho pensato fosse giusto allargare la possibilità di partecipazione attraverso questo messaggio che posterò sul mio profilo Facebook.
Mercoledì 23 ottobre ore 18.00 partiremo col sesto anno d’incontri.
Come sempre inizieremo (quando è possibile) con mezz’ora di mantra cantati e accompagnati da alcuni bravi musicisti che partecipano agli incontri, seguono circa 50 minuti di commento del testo e mezz’ora di discussione, dopodiché chi vuole può trattenersi a cena, se possibile ognuno porta qualcosa, sempre vegetariano e niente alcool.
Questo mercoledì ci concentreremo su una breve sintesi dei quindici capitoli della Bhagavadgita fin qui esposti.
Per contatti usare Facebook.
Un caro saluto
Graziano Rinaldi