Feeds:
Articoli
Commenti

E’vero che Ascoltando le storie del Mahabharata, l’uomo contemporaneo può ancora imparare molte cose utili per rendersi la vita più piena e soddisfacente, specialmente se coadiuvato dal commento di un maestro spirituale, ovvero di una persona che questi insegnamenti li ha ben assimilati.
Ma a mio avviso non è questo il focus dei racconti epici che hanno accompagnato la storia dell’umanità.
felicità
Se fosse soltanto una questione di insegnamenti morali-psicologici/come vivere bene nel qui e ora, ridurremmo le grandi narrazioni come il Mahabharata, l’Odissea, il sumero Gilgames e finanche l’Antico Testamento a testi didascalici, precetti morali per educare buoni sudditi.
Sarebbe come parlare di una pianta d’olivo nei termini di quanto olio può produrre, della sua qualità e di altre caratteristiche chimiche come l’acidità ed il sapore.
Avete mai provato a sostare qualche minuto in contemplazione di una vecchia pianta d’olivo?
L’emozione che vi ritorna è quella di una contabilità agronomica?
Quel “molto di più” è il sacro.
Continua a leggere »

Annunci

Mi piace leggere ed ascoltare il Mahabharata, soprattutto con i commenti di Matsyavatara (Marco Ferrini), anche se non credo che le vicende narrate siano realmente accadute, o almeno non così come sono raccontate.
Comprendo e non considero una semplice ingenuità che qualcuno percepisca questi racconti come veri, trovo anche che la cosmogonia dell’India classica non sia più stravagante di quella accettata dai tre monoteismi medio orientali, semmai più articolata e variopinta. E qui scatta il riflesso condizionato marco ferriniche mi fa associare il medio oriente a società meno complesse e soprattutto meno affluenti (nel senso di meno “ricche” socialmente ed economicamente) rispetto alla mitica società vedica, quell’India da cui provenivano le spezie e i gioielli, le stoffe e una gran quantità di merci pregiate che viaggiavano insieme alle schegge di una cultura già pienamente matura ed evoluta quando ancora Roma non era che un passaggio da una sponda all’altra del Tevere. Continua a leggere »

Negli anni settanta ho trascorso l’adolescenza e la giovinezza in un paese che dista pochi chilometri da Firenze. In quei tempi e da quelle parti si praticava un bipolarismo perfetto: o la parrocchia o la casa del popolo.
Per quanto gran parte dei miei amici fossero comunisti sfegatati come si usava negli anni settantpost su Marco Ferrini matsiavataraa, conservavo anche amicizie più vicine alla sagrestia. Quello che mi faceva riflettere, facendo nascere in me incertezze mai sopite, era il fatto che mi parevano più rivoluzionari certi miei amici che si dichiaravano cattolici piuttosto che gli scapigliati giovani dei circoli ARCI.
La vita poi ci ha sparpagliati tutti quanti, sedicenti comunisti e praticanti cattolici e quando rivedo i volti ritoccati, talvolta sfregiati dal tempo di vecchie conoscenze, sento un moto di tenerezza e di timore insieme: com’è stato declinato nella vita di queste persone l’anelito giovanile alla libertà, alla giustizia e alla fratellanza universale che andavano cercando?
Lascio cadere qui la controversa questione psico-sociale e vado dritto verso il cuore della questione: cosa c’era di estremo nella visione dei giovani della parrocchia che me li faceva percepire così radicali?
E’ risaputo quanto siano rivoluzionarie le parabole evangeliche, ma quel “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” era sempre stata nel mio immaginario il contraltare teorico di una Chiesa storica oppressiva ed oscurantista, tutt’altro che spirito, era per me rappresentata da quei preti che stavano sempre dalla parte sbagliata.
Però, quando ancora adolescente, conobbi un giovane pretino che ci invitava in parrocchia per giocare a pallone, Continua a leggere »

In che misura va preso come riferimento un maestro spirituale?
Perché persone che hanno dedicato anni alla ricerca spirituale in compagnia di un maestro fuggono nottetempo dal convento, dal tempio o dall’ashram?
Cos’è che inquina il rapporto tra maestro e discepolo?
Con sincero ed affettuoso rispetto della tradizione, voglio partire da qualcosa di diverso rispetto alla citazione delle dieci principali offese che impediscono il progresso spirituale di chi medita sul maha mantra Hare Krishna.
Partirò invece dal Convivio di Dante Alighieri, un’opera scritta in volgare per i “miseri”, ovvero per coloro che non hanno potuto accedere alla dottrina, poiché chi non ha saputo o voluto è impossibile da recuperare. Così afferma il Poeta e questa precisazione mi piace molto.marco ferrini matsyavatara das
Nel quarto trattato Dante parla di una pianura innevata sì che d’alcuno sentiero vestigio non si vede. Un uomo si trova a doversi recare ad una casa dall’altra parte della stessa pianura, egli intraprende il cammino e per accorgimento e per bontade d’ingegno, solo da sè guidato, per lo diritto cammino si va là dove intende, lasciando le vestigia de li suoi passi diretro da sé.
Un altro uomo deve raggiungere la stessa magione e non dovrebbe fare altro che seguire li vestigi lasciati. Ma questo secondo, pur avendo visto le orme, sbaglia e devia per li pruni e le ruine non andando dove deve andare.
Conclude Dante che si deve chiamare vile, nel senso di non valente, colui che non avendo nessuna traccia da seguire si perde, ma si deve chiamare vilissimo,
Continua a leggere »

Ci sono un paio di domande che le persone più sensibili prima o poi devono porsi:
1. Perché uno nasce povero e un’altro ricco, uno sano e un’altro malato, cos’è la fortuna?
2. Il caso esiste o c’è un ordine che fa accadere quel che accade, compreso l’olocausto di intere popolazioni come gli ebrei europei e gli indiani d’America?
Chi abbia qualche ricordo della straordinaria complessità della fotosintesi clorofilliana, di quel fotone che fa decadere un elettrone (nome che noi diamo ad un’energia che in qualche modo dobbiamo rappresentarci) il quale innesca una complicata serie di processi alla fine dei quali da anidride carbonica, acqua e luce ne deriva glucosio e ossigeno: ogni giorno sul nostro pianeta la vita come noi la conosciamo prende il via da un’inconcepibile quantità di energia che, grazie al sole, si mette in moto. blog marco ferrini matsyavatara das
C’è qualcosa nell’universo che non abbia origine da una causa?
Dopo migliaia di anni d’indagine, oggi noi possiamo spiegare una parte infinitamente piccola della complessità che ci circonda e più scopriamo del mondo naturale, più aumenta la complessità da fronteggiare, ma sempre intravediamo una sequenza causa-effetto.
L’ultimo mito della contemporaneità è stato il codice genetico che negli anni novanta sembrava poter spiegare ogni cosa su questo pianeta e anche oltre. Non era come si pensava, come sempre la scienza, ma direi più in generale l’umanità, ha sempre cercato di spiegarsi il mondo nella relazione causa-effetto.
Eppure ci sono cose che non riusciamo a far rientrare in questo schema, come le domande iniziali.
La logica però mi dice che se tutto è regolato dal principio di causa-effetto, perché mai la nascita di un essere vivente, uomo o animale che sia, dovrebbe essere affidata a … a cosa? Al capriccio di una certa quantità di cromosomi? Al caso? Alla fortuna/sfortuna? O al volere di una Divinità? Continua a leggere »

Perché mai una persona mediamente intelligente ogni giorno, 365 giorni all’anno, dovrebbe ripetere 1.728 volte un mantra in un’antica lingua pressoché sconosciuta?
Cosa c’è di mistico nel rinunciare ad una frittata coi carciofi?
Perché è sconsigliata una sessualità vissuta in una matura relazione umana?
Partiamo da uno che di disciplina se ne intende: Patanjali.
Il primo sutra del Sadhana Pada (per l’appunto “Sadhana” in sanscrito equivale più o meno a “disciplina”) afferma categorico, “sutrico” diremmo, che tre sono i pilastri su cui poggia la “liberazione”. Per inciso Patanjali non parla di amore universale, parla di liberazione dai condizionamenti, non si cala nella parte del mistico, piuttosto del pedagogo, disciplina marco ferriniPatanjali descrive infatti lo yoga come di cessazione dei vortici mentali per tornare in sé, tratta di psicologia e procede con metodo sistematicamente scientifico e direi anche pragmatico.
I tre pilastri nell’ordine sono: Tapas, Swadhyaya, Ishavarapranidanani.
Il primo, Tapah, viene tradotto come ascesi, una parola che ha una storia nata con l’uomo stesso.
In occidente è contemplata nelle scuole presocratiche fino a Max Weber nel XIX secolo per legittimare una base etica del capitalismo. Ma procedendo a colpi di macete, diciamo che nessun risultato, né in questo mondo, né nell’altro, si può ottenere senza ascesi. Niente può sussistere di veramente importante nella vita di un uomo se non è stata praticata una qualche forma di ascesi.
Continua a leggere »

E non solo, è anche dotato di una mente umana, non è neanche un mago, e mi metterebbe a disagio se frequentasse il piano inclinato dei miracoli, perché non saprei distinguere se quel piano fosse rivolto verso l’alto o verso il basso.
Un Maestro è un uomo o una donna che soffre e gioisce come noi, che si ammala e che deve curare il corpo e la mente come gli altri della sua specie.
Ma neanche è una persona normale.
Prima di tutto perché essere “normali” in questa età del ferro è offensivo anche per le persone veramente normali come me e come te che stai leggendo. Soprattutto però, per quel che ho potuto realizzare, Marco Ferrini“Maestro” significa propriamente “collegamento”. Il Maestro, che nel mio caso è appunto una persona in carne ed ossa, ovvero Marco Ferrini Matsyavatara Das, è colui che frequenta il confine tra terra e cielo, da questa sua capacità d’appartenere contemporaneamente ai due mondi, deriva per noi seguaci una possibilità evolutiva.
In termini più generali il Maestro ispira, vi prego di non sottovalutate questo verbo, dentro ci sta il sale della vita, una vita non ispirata non è vera vita.
Continua a leggere »