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Archive for novembre 2019

benedetto croce

Quando leggo i testi della filosofia classica indiana o ascolto il Maestro Marco Ferrini,  mi viene sempre a mente questo passo di un breve saggio di Benedetto Croce, scritto nel bel mezzo della seconda guerra mondiale (1942):
“la rivoluzione cristiana operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale, e conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fino allora era mancata all’umanità.”
Fino alla maggiore età ho ricevuto tutti i sacramenti, sento un amore luminoso per il Fondatore che considero uno dei più grandi Maestri dell’umanità e per alcuni dei suoi seguaci antichi e moderni, ma non professo questa religione.
Eppure quando mi trovo davanti alla narrazione vedica, sento in me l’appartenenza alla cultura cristiana, ovvero: pur non essendo cristiano per fede, mi dichiaro culturalmente cristiano. E penso che questa condizione sia più diffusa di quel che immaginiamo.
O almeno lo era fino a qualche decennio fa.
Mi pare infatti che alcuni pilastri di questa “rivoluzione cristiana” di cui parlava B. Croce, stiano pericolosamente sgretolandosi sotto l’urto di un paganesimo contemporaneo, che lungi dal portare una nuova o antica forma di spiritualità, sembra piuttosto una mostruosa antropologia nichilista con una sua propria mitologia, al centro della quale troneggia una fraintesa forma di libertà che è il massimo della schiavitù per l’uomo e la donna contemporanei.
La cosa più sconcertante è che questo velo di maya sembra (e lo dico con umiltà e la speranza di sbagliarmi) coprire l’intelletto di menti brillanti e apparentemente in buona fede.
Non ne faccio una questione morale, ne prendo sociologicamente atto con rammarico, poiché quella “nuova qualità spirituale” che, fra innumerevoli contraddizioni e puntualmente tradita dal clero, tanto ha dato al pensiero occidentale, nella quale mi riconosco e proprio in virtù di essa riesco a confrontarmi con l’alterità indiana e non solo, sembra impotente di fronte alla cattiveria contemporanea (uso “cattivo” in senso etimologico, dal latino captivus che significa “prigioniero”).
Quale forza smisurata può “imprigionare” un’umanità che sembrava così ben avviata verso le magnifiche sorti?
Nel prossimo post tratterò la questione dal punto di vista della cultura indo-vedica così come l’ho ascoltata dal mio maestro Matzsya Avatara Das.
Graziano RInaldi

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Seminario tanto incomprensibile quanto utile.

marco ferrini graziano rinaldi mundakya upanishad

Ponsacco, Pisa, novembre 2019, Mundakya Upanishad: una sillaba, pochissimi versi, quasi tutti “impensabili”, come incomprensibile e indefinibile è l’ultimo stato di coscienza di cui ci parla, là dove è la coscienza stessa il suo strumento di conoscenza.
Cosa ha spinto a parlare e addirittura ad organizzare un seminario di tre giorni su ciò che non può essere detto?
Forse la consapevolezza che il vocabolario umano, per quanto evoluto, non può esaurire la grandiosità cosmica e nessun linguaggio potrà narrare l’interezza dell’esperienza umana. Se è certo che la parola non ce la fa ad abbracciare l’infinito, è anche evidente che ciò che non ha limiti non ha bisogno di parole per farsi sentire, e si manifesta altrimenti.
Così la coscienza si specchia in se stessa, inesplicabilmente, con potenza proporzionale alla volontà che si fa fede, di uscire dalle porte blindate dell’ego.
Come un magma sotterraneo che prima di cristallizzarsi si perde nelle più minute crepature della terra, così l’indefinibile s’intrude in ogni fessura dell’io, e quando i canali della coscienza sono liberi dalle identificazioni, dagli attaccamenti e dall’invidia, l’invisibile si manifesta, rivelando tutte le sue potenze in una beatitudine che incredibilmente era già racchiusa da qualche parte dentro di noi, in un luogo/non luogo dal quale solo noi possiamo richiamare.
La Mandukya Upanishad ci spiega che sebbene ossimoro ciò è possibile, e il Maestro Marco Ferrini ha spiegato l’inspiegabile parlando di come predisporsi per questo viaggio nel luogo più sconosciuto dell’universo: noi stessi.
Graziano Rinaldi

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