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Archive for maggio 2015

Non sono venuto a portare pace, ma una spada!

Negli anni settanta ho trascorso l’adolescenza e la giovinezza in un paese che dista pochi chilometri da Firenze. In quei tempi e da quelle parti si praticava un bipolarismo perfetto: o la parrocchia o la casa del popolo.
Per quanto gran parte dei miei amici fossero comunisti sfegatati come si usava negli anni settantpost su Marco Ferrini matsiavataraa, conservavo anche amicizie più vicine alla sagrestia. Quello che mi faceva riflettere, facendo nascere in me incertezze mai sopite, era il fatto che mi parevano più rivoluzionari certi miei amici che si dichiaravano cattolici piuttosto che gli scapigliati giovani dei circoli ARCI.
La vita poi ci ha sparpagliati tutti quanti, sedicenti comunisti e praticanti cattolici e quando rivedo i volti ritoccati, talvolta sfregiati dal tempo di vecchie conoscenze, sento un moto di tenerezza e di timore insieme: com’è stato declinato nella vita di queste persone l’anelito giovanile alla libertà, alla giustizia e alla fratellanza universale che andavano cercando?
Lascio cadere qui la controversa questione psico-sociale e vado dritto verso il cuore della questione: cosa c’era di estremo nella visione dei giovani della parrocchia che me li faceva percepire così radicali?
E’ risaputo quanto siano rivoluzionarie le parabole evangeliche, ma quel “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” era sempre stata nel mio immaginario il contraltare teorico di una Chiesa storica oppressiva ed oscurantista, tutt’altro che spirito, era per me rappresentata da quei preti che stavano sempre dalla parte sbagliata.
Però, quando ancora adolescente, conobbi un giovane pretino che ci invitava in parrocchia per giocare a pallone, (altro…)

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In che misura va preso come riferimento un maestro spirituale?
Perché persone che hanno dedicato anni alla ricerca spirituale in compagnia di un maestro fuggono nottetempo dal convento, dal tempio o dall’ashram?
Cos’è che inquina il rapporto tra maestro e discepolo?
Con sincero ed affettuoso rispetto della tradizione, voglio partire da qualcosa di diverso rispetto alla citazione delle dieci principali offese che impediscono il progresso spirituale di chi medita sul maha mantra Hare Krishna.
Partirò invece dal Convivio di Dante Alighieri, un’opera scritta in volgare per i “miseri”, ovvero per coloro che non hanno potuto accedere alla dottrina, poiché chi non ha saputo o voluto è impossibile da recuperare. Così afferma il Poeta e questa precisazione mi piace molto.marco ferrini matsyavatara das
Nel quarto trattato Dante parla di una pianura innevata sì che d’alcuno sentiero vestigio non si vede. Un uomo si trova a doversi recare ad una casa dall’altra parte della stessa pianura, egli intraprende il cammino e per accorgimento e per bontade d’ingegno, solo da sè guidato, per lo diritto cammino si va là dove intende, lasciando le vestigia de li suoi passi diretro da sé.
Un altro uomo deve raggiungere la stessa magione e non dovrebbe fare altro che seguire li vestigi lasciati. Ma questo secondo, pur avendo visto le orme, sbaglia e devia per li pruni e le ruine non andando dove deve andare.
Conclude Dante che si deve chiamare vile, nel senso di non valente, colui che non avendo nessuna traccia da seguire si perde, ma si deve chiamare vilissimo,
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